Iran in Rivolta: La Sfida
Le proteste in Iran e la sfida al potere degli ayatollah

In Iran si stanno sviluppando manifestazioni imponenti e diffuse, che coinvolgono grandi città e centri periferici. A differenza delle ondate di protesta precedenti, l’attuale mobilitazione appare più spontanea, decisa e radicata nel malcontento quotidiano: salari insufficienti, inflazione fuori controllo, disoccupazione giovanile e una percezione crescente di corruzione e distanza tra élite religiosa e società civile. La crisi economica, aggravata dalle sanzioni internazionali e da anni di cattiva gestione, alimenta una rabbia che non è più solo politica, ma anche sociale ed esistenziale.
Di fronte a questo scenario, il potere degli ayatollah reagisce con gli strumenti che conosce meglio: repressione, arresti mirati, intimidazioni e un uso sistematico della censura. Il blocco o il rallentamento di Internet, insieme al controllo dei social media, mira a spezzare il coordinamento tra i manifestanti e a impedire la circolazione di immagini e testimonianze verso l’estero. Tuttavia, nonostante questi ostacoli, nuove forme di organizzazione dal basso – reti informali di quartiere, canali criptati, contatti con la diaspora – permettono alle proteste di rigenerarsi e di assumere forme imprevedibili.
Questa rivolta si distingue anche per la composizione dei suoi protagonisti: giovani, donne, lavoratori precari, ma anche settori tradizionalmente più conservatori che iniziano a mettere in discussione la legittimità del sistema. Le parole d’ordine non si limitano più a chiedere riforme graduali, ma mettono in discussione l’architettura stessa della Repubblica islamica, sfidando direttamente il ruolo politico e simbolico della Guida Suprema. In questo contesto, ogni slogan, ogni gesto di disobbedienza civile assume un valore altamente politico e rischioso.
Sullo sfondo, riemerge l’ipotesi di complotti e interferenze straniere, una narrazione spesso utilizzata dal regime per delegittimare il dissenso interno. Ma ridurre queste manifestazioni a un gioco di potenze esterne significa ignorare la profondità del disagio che attraversa la società iraniana. La vera posta in gioco è il rapporto tra Stato e cittadini, tra religione e potere, tra desiderio di libertà e apparato repressivo. L’esito di questa sfida resta incerto, ma il segnale che arriva dalle piazze è chiaro: una parte crescente del Paese non accetta più lo status quo.